home page
Ultima modifica:
15 March 2013 16:13:50
HOME PAGE > ARGOMENTI > Gianni Selleri: articoli > Le associazioni storiche

Le associazioni storiche

C’erano una volta gli Enti pubblici per la “tutela e l’assistenza materiale e morale degli invalidi” (di guerra, del lavoro, dei ciechi, dei sordomuti e degli invalidi civili); che cosa s’intendesse con l’aggettivo morale non è più possibile saperlo: occorre risalire alla legge Crispi del 1890 dove si interpreta nel senso di rieducare.
In ogni caso le finalità degli Enti pubblici per gli invalidi presupponevano l’attribuzione di una impossibilità dei soggetti tutelati di gestire in proprio i propri diritti, quindi una incapacità che era insieme giuridica ed esistenziale e che richiedeva appunto la presenza di un ente di rappresentanza e di tutela.
Alla fine degli anni ’60 le associazioni e gli Enti pubblici per gli invalidi sottoscrivevano il seguente documento:“La generalità dei cittadini invalidi costituisce nel suo complesso un insieme nettamente distinto dal popolo italiano… è quindi indispensabile e indilazionabile una radicale e completa riforma di struttura nel settore degli invalidi che, prescindendo dalla causa invalidante, sia attuata differenziando chiaramente i cittadini portatori di invalidità permanente dai cittadini sani…”.
Lo scopo di queste affermazioni, per noi ora incomprensibili e inaccettabili, era di ottenere maggiori finanziamenti e la rappresentanza esclusiva degli invalidi mediante la gestione diretta dei servizi e delle provvidenze che li riguardavano; vi era soprattutto l’intenzione di rafforzare il potere politico, le strutture e il patrimonio dei singoli Enti: in altre parole, così come avveniva per la maternità e l’infanzia, per gli orfani, per i pensionati, ecc., si proponeva allo Stato di delegare completamente a strutture giuridiche (con Statuti arcaici e prive di controllo democratico) l’assistenza degli invalidi.
Il documento fu sottoscritto dall’Opera Nazionale Invalidi di Guerra, dall’Unione Italiana Ciechi, dall’Ente Nazionale Sordomuti, dall’Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi Civili, dall’Unione Nazionale Mutilati per Servizio.
Queste associazioni di categoria hanno svolto un importante lavoro di promozione dei diritti assistenziali ed economici degli invalidi in tempi in cui erano duramente emarginati e in situazione di povertà e tuttavia hanno contestualmente conservato una cultura derivante dagli archetipi della “beneficenza pubblica” che ha di fatto contrastato con l’affermazione dei diritti civili.
A seguito delle grandi trasformazioni politiche e culturali degli anni ‘70, contestualmente al trasferimento alle Regioni delle competenze sanitarie e assistenziali, questi Enti furono privatizzati pur “continuando a sussistere come enti morali e assumendo la personalità di diritto privato…”.
Con un successivo decreto fu stabilito che i compiti venivano trasferiti ai Comuni e alle Regioni e tuttavia si disponeva che gli Enti e le associazioni privatizzati avrebbero conservato “i compiti associativi” ed in particolare quelli di rappresentanza (presso le Commissioni per il riconoscimento dell’invalidità e altri benefici) e di tutela degli interessi morali ed economici…” della rispettiva categoria.
Il decentramento, l’evoluzione legislativa e sociale e soprattutto la diffusione di associazioni e movimenti per disabili ispirati alla cultura della partecipazione e dell’integrazione (in un contesto di sussidiarietà e di superamento dei principi della “beneficenza pubblica”) sembrava che avessero circoscritto il potere “degli enti associativi privatizzati”, che conservavano la rappresentanza formale delle rispettive categorie, che ottenevano consistenti contributi dallo Stato, che gestivano importanti patrimoni e servizi, che ad ogni Finanziaria o con specifiche leggine strappavano sempre nuovi finanziamenti e privilegi (per i non vedenti dalla costituzione della Repubblica sono state approvate circa 400 leggi).
La legge quadro sull’handicap del 1992 ha stabilito, con una definizione di carattere generale, il superamento della suddivisione dei disabili per categorie giuridiche e ha favorito una situazione di equilibrio fra il mondo dell’associazionismo spontaneo e partecipativo e quello delle “associazioni storiche”.
Questi due raggruppamenti sociali e culturali hanno infine assunto accordi federativi e si è costituita la Federazione Nazionale delle Associazioni dei Disabili (costituita da Anmic, Anmil, Ens, Uic, Unms, cioè tutte la associazioni storiche) e la Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap che raggruppa tutte le associazioni di promozione sociale riferiti a diversi gruppi di disabilità o a specifici problemi (Aias, Aice, Aipd, Aism, Anffas, Angsa, Aniep, Faip, Ledha, Uildm ecc.).
Il primo tentativo di rivincita delle associazioni storiche è del 1999 quando 61 senatori, appartenenti a tutti i gruppi politici (con la sola esclusione di Rifondazione Comunista), presentarono quattro identici disegni di legge dal titolo “Riconoscimento delle Associazioni storiche di promozione sociale quali enti di interesse nazionale”.
Si affermava esplicitamente:
- che in Italia vi sono troppe associazioni di disabili, prive di affidabilità e con intenti speculativi;
- che in questo panorama ingannevole gli unici riferimenti affidabili sono le associazioni storiche;
- che pertanto dette associazioni sono riconosciute enti di interesse nazionale e in quanto tali sono sentite dai ministri proponenti in merito agli schemi di disegni di legge riguardanti la categoria dei disabili.
Queste proposte sono decadute (benché presentate da tutti i partiti del centro sinistra) con la fine della legislatura senza avere superato la fase della discussione generale.
Agli inizi del 2002, in un contesto politico del tutto diverso, sempre al Senato è stata ripresa l’iniziativa con alcune modifiche: disegni di legge n. 1073 (Semeraro AN), n. 1095 (Bergamo e altre, CCD-CDU-BF, ora UDC), n. 1465 (Mancino, MARGHERITA-ULIVO).
Nelle relazioni, sostanzialmente uguali, si afferma:
- che negli ultimi anni si sono moltiplicati gli organismi associativi dei portatori di handicap;
- che questo fiorire di iniziative e di associazioni, di scarsa o nessuna esponenzialità, ha generato confusione tale da impedire la corretta individuazione, da parte delle istituzioni, degli interlocutori coi quali intraprendere a livello nazionale le necessarie iniziative;
- che pertanto alle associazioni storiche (Anmic, Anmil, Ens, Uic, Unms), i cui iscritti ammontano complessivamente a circa 5 milioni, deve essere attribuito il ruolo “di interesse pubblico nazionale”;
- che di conseguenza devono essere garantiti finanziamenti ed esclusive funzioni di rappresentanza.
Nel settembre del 2002, presso la commissione Affari Costituzionali della Camera, si è giunti alla definizione di un testo unificato che prevede:
- il riconoscimento di enti di interesse pubblico nazionale alle cinque associazioni;
- la devoluzione dell’8 per mille dell’IRPEF alle medesime associazioni, “per l’assistenza, la tutela e la riabilitazione degli invalidi”;
- la facoltà, per le associazioni di interesse pubblico nazionale, di esercitare nei confronti dei soggetti portatori di handicap fisico, psichico e sensoriale, ciascuna per la specifica categoria di propria competenza, le attività di informazione, assistenza e tutela, con poteri di rappresentanza e con le medesime attribuzioni e modalità garantite a favore degli istituti di patronato e di assistenza sociale.
Il testo, che deriva da una rigorosa operazione di lobbyng e che ottiene consensi trasversali, ha questa volta molte probabilità di una approvazione in tempi brevi, anche perché non si sono manifestate vere e proprie azioni di contrasto sia per carenza di informazioni sia per strategie non efficaci.
La FISH infatti, che rappresenta la complessità dell’associazionismo “non storico”, anziché assumere azioni e denunce di netta opposizione, ha cercato di mediare.
E’ difficile prevedere, anche con riferimento all’assetto federalista dello Stato e alla presenza diffusa di varie forme di rappresentanza, quali saranno le conseguenze; si può tuttavia affermare che dal punto di vista politico, sociale e culturale l’approvazione di questa legge comporterà una riduzione delle possibilità operative dell’associazionismo di promozione, del volontariato e del Terzo settore.
In una situazione di iniziative articolate e pluralistiche, diffuse su tutto il territorio nazionale, che operano secondo i principi della libertà di associazione, della partecipazione e della sussidiarietà, introdurre ope legis la disposizione che ogni macro categoria di disabili (fisici, psichici e sensoriali) è rappresentata unitariamente ed esclusivamente da uno specifico organismo costituisce addirittura un ritorno alle teorie del corporativismo.

Gianni Selleri

(Pubblicato il 21 maggio 2003)

 


Powered by CMSimple