LA STORIA DI ANIEP

Le origini – La poliomielite

Il primo tentativo di creare in Italia un’Associazione fra invalidi civili di cui si ha notizia sicura fu fatto a Bologna, nel 1939, grazie a Giordano Bruno Guidi e ad una quarantina di persone che, come lui svantaggiate per un handicap fisico, desideravano dare vita ad un gruppo organizzato, presumibilmente rivolto soprattutto alla difesa dell’assetto lavorativo nel quale operavano. (1)
Ci voleva del coraggio, allora, per un’iniziativa così controcorrente. Erano anni bui per il nostro Paese, gli anni delle leggi razziali, della “fascistizzazione” integrale nelle scuole e nelle università, della brutale emarginazione e discriminazione del “diverso”, gli anni del soffocamento completo di qualsiasi libertà, specie delle associazioni spontanee dei cittadini, osservate con sospetto dal potere sempre e comunque.
In Italia erano moltissime le famiglie che soffrivano il dramma di un handicap, e nella maggior parte dei casi gli invalidi venivano isolati, chiusi in casa per evitare la vergogna della diversità, così distanti dal modello di prestanza fisica imperante da sembrare in qualche misura uno sberleffo al regime. In Germania i più gravi venivano sterilizzati o uccisi, in Italia questo non succedeva ma l’emarginazione, il disprezzo, l’isolamento costituivano le coordinate dell’esistenza degli invalidi e delle loro famiglie Chi veniva abbandonato per l’impossibilità dei congiunti di sostenere tanto fardello veniva rinchiuso nelle istituzioni totalizzanti come i manicomi, dove veniva “ricoverato” a vita fin da piccino.
In quel contesto non stupisce che l’iniziativa di Giordano Bruno Guidi fosse così poco apprezzata da finire ben presto con lo scioglimento dell’Associazione, accusata di dare luogo addirittura ad “adunanza sediziosa”. Subito dopo la guerra però, nell’ottobre 1945, lo stesso Guidi insieme ad altri quattro amici, nei locali della Camera del lavoro di Bologna diede vita alla prima Associazione di invalidi civili in Italia.
Ma l’evento fondamentale fu il varo della nostra Costituzione all’inizio del 1948, perché allora si giunse finalmente all’enunciazione dei principi imprescindibili connessi ai diritti della cittadinanza, anche per i meno fortunati. L’articolo 38 stabiliva infatti il diritto all’assistenza ed al mantenimento per l’inabile al lavoro sprovvisto dei mezzi necessari per vivere, unica norma che riguardasse l’universo dell’handicap, eppure profondamente innovativa, portatrice di un diritto riconosciuto a migliaia di persone che prima potevano soltanto sperare nella carità e nella beneficenza.
In quegli anni l’invalidità colpiva drammaticamente soprattutto i bambini durante le terribili epidemie di poliomielite, la “paralisi infantile” che era l’incubo di tutti i genitori e che mieteva molte vittime.
Nonostante la dedizione di molti medici, infermieri, tecnici ortopedici la situazione in quegli anni era grave: molti piccini morivano per la carenza di polmoni d’acciaio, gli altri venivano curati con scosse elettriche, massaggi, ginnastica, mentre gli apparecchi ortopedici e le “crociere” per la scoliosi chiudevano i corpicini in crescita in corazze dolorose, che non riuscivano comunque a soffocare la vivacità e l’allegria dei bambini colpiti, di solito particolarmente vitali. Fin dagli anni ’30 l’Ospedale Spolverini di Ariccia presso Roma si era dedicato ad accogliere e curare i piccoli colpiti dalla paralisi infantile, mentre nel 1950 era nato un grande Centro ospedaliero sul lago di Garda, a Malcesine, anch’esso per la loro cura e riabilitazione, trattenendoli anche per periodi molto lunghi.
Ma il maturare degli anni ‘50 portò finalmente la certezza di un vaccino che avrebbe preservato dal rischio terribile ed incombente della polio, mentre il cosiddetto “miracolo economico” regalava agli italiani sogni e realtà fatte di elettrodomestici, di moto, di utilitarie, di televisione, di un consumismo del tutto nuovo dal volto rassicurante di Carosello. Era l’affermazione di un modello di vita diverso e lontano da quello della antica civiltà contadina, dalla quale un esodo di massa senza precedenti distoglieva le energie più giovani, la forza lavoro che migrava dalle regioni meridionali alle grandi città del nord, alla difficile ricerca di una vita migliore, più libera e serena di quella durissima che lasciava alle spalle.

La nascita dell’Aniep
L’Italia poggiava ormai su di un’economia rivolta all’industria, con un passaggio veloce e squilibri molto profondi, territoriali e sociali (2). Le inchieste parlamentari sulla disoccupazione e sulla miseria di Roberto Tremelloni ed Ezio Vigorelli evidenziavano la situazione di grande povertà che alla fine di quel decennio affliggeva circa sei milioni di italiani e sottolineavano che “le cause della miseria sono sempre le stesse (ozio, ignoranza ,malattia, inabilità fisica o psichica, temporanea o permanente)” (3). Si indicava così per la prima volta con chiarezza nell’invalidità una delle cause più frequenti della povertà.
Lo svantaggio fisico che impediva l’accesso alla scuola, al lavoro, ad una vita sociale piena era fonte di un disagio altissimo, che portava ai margini della sopravvivenza molte famiglie in quegli anni di slancio produttivo, di motorizzazione di massa, di nuova ricchezza anche per i ceti medi italiani. Ma proprio in quel periodo di “miracolo economico”, che fra gli anni ’50 e ’60 toccò il culmine, l’Italia visse le contraddizioni più aspre fra le aspettative di giustizia e la qualità della vita di molti, soprattutto di coloro che a causa di una invalidità civile non avevano nessuna delle garanzie riconosciute agli invalidi per lavoro o per causa di guerra. La sorte dei piccoli colpiti dalla polio, così come quella di tutti gli altri invalidi civili,  era affidata esclusivamente alle loro famiglie, del tutto sole di fronte a problemi spesso insuperabili.
In questo contesto, il 6 ottobre 1957, presso l’Università degli studi di Bologna, nacque l’Associazione Nazionale Invalidi per Esiti di Poliomielite, l’ANIEP, ed il giorno successivo, al Teatro Comunale, le massime autorità cittadine e numerosi parlamentari accompagnarono la prima Assemblea, tutta costituita da poliomielitici. Il primo Presidente Nazionale fu il prof. Casimiro Olszewski, un intellettuale paralizzato duramente in quasi tutto il corpo, una persona di forte volontà e di generosità sicura che continuò fino alla morte ad ispirare e sostenere l’Associazione che aveva creato.

L’anno successivo venne pubblicato il primo numero de “La voce dei Poliomielitici”, diretta da Giancarlo Selleri, detto Gianni, un giovane di straordinarie qualità intellettive, che Olszewski aiutava nell’affermazione della propria autonomia contro le difficoltà di un handicap molto grave, che gli lasciava pochi movimenti ed una voce incerta.
Nel primo decennio l’Aniep vide una grande partecipazione di iscritti, convinti dal messaggio che l’Associazione dava, rivolto alle forze politiche per una legislazione che assicurasse l’assistenza sanitaria e l’integrazione dei poliomielitici nelle scuole e nel lavoro.
Le discussioni erano infuocate, i contrasti con la Lanmic di Alvido Lambrilli erano profondi e utilissimi per l’affermazione di una propria identità sicura, una scelta che costò nel ‘62 la scissione della metà delle sezioni dell’Aniep, che preferirono confluire nella Lanmic. Le cosiddette “marce del dolore” organizzate da quella Associazione colpivano l’Italia di allora entrando nelle case con la forza rivoluzionaria e penetrante di un mezzo di comunicazione nuovo: la televisione, e portando immagini che stimolavano il pietismo erano l’esatto contrario di quella dignità e di quella integrazione che voleva l’Aniep.
L’entusiasmo ed il fervore nelle discussioni e nelle iniziative erano grandi e in quello stesso 1962 l’allora ministro della Sanità Rosa Russo Jervolino ricevette una delegazione dell’Aniep con le proposte della nostra Associazione. Uno dei primi risultati di quel lavoro duro fu l’approvazione della legge sull’assunzione obbligatoria degli invalidi civili (L. 5 ottobre 1962 n. 1539).
Sempre nei primi anni ’60 vi fu anche la prima esperienza di Casa marina a Viserbella, una Casa capace di accogliere fino a 150 persone nel periodo estivo, una iniziativa che mise in luce le capacità e la personalità di Carla Battaglia, che divenne la compagna di Gianni per tutta la vita. Intanto, nel 1964 la “La voce dei poliomielitici” diveniva “Orizzonti aperti”, scegliendo un titolo significativo per chi doveva combattere ogni giorno per superare le barriere che incontrava.
Nel novembre 1967, esattamente 40 anni fa, Gianni divenne Presidente Nazionale dell’Aniep, incarico al quale era stato preparato con cura da Olszewski, deceduto nel 1966 e sostituito per un breve lasso di tempo da Vincenzo Bracciolani, una persona che appartiene alla storia dell’Aniep per la grande saggezza e generosità, un intellettuale capace per decenni di suscitare un impegno sincero alle finalità associative da parte di molti, invalidi e normodotati.
Il giovane Presidente iniziò subito, sistematicamente, un intenso lavoro culturale, divulgativo, politico per creare nel nostro Paese una legislazione rivolta all’integrazione delle persone con handicap, superando le tentazioni corporative e incoraggiando i poliomielitici a combattere per tutte le persone svantaggiate da una invalidità fisica, sensoriale o psichica. E furono veramente molte le persone che lo ascoltarono e lo seguirono, convinte dalla sua elaborazione e interpretazione psicologica e sociologica dell’handicap.
L’Aniep divenne il mezzo e lo stimolo per molte persone invalide a farsi protagonisti, ad informarsi sistematicamente, ad entrare nelle istituzioni, nelle consulte, nei sindacati, nelle commissioni scolastiche, dovunque si potesse lavorare per realizzare l’integrazione. Con loro l’Aniep “protestò e affermò l’autonomia sociale e la responsabilità politica dei portatori di handicap” (4), affermando la propria identità e affrontando un percorso indubbiamente molto aspro.
Bisognerà comunque attendere il 1971 per imboccare con decisione l’uscita dal sistema della “beneficenza pubblica”, quando con la legge 118 si iniziò una legislazione sociale aperta ad alcuni fondamentali elementi di welfare-state rivolti anche alle persone disabili, cui si riconosceva finalmente non più soltanto il diritto alla sopravvivenza ma quello all’inserimento pieno nella società.

Gli anni più proficui e difficili
Risolti dal punto di vista legislativo i principali problemi socio-sanitari, l’Aniep riaffermava allora la propria identità rivolgendosi al progetto dell’integrazione sociale di tutte le persone disabili, specialmente attraverso una legislazione mirata sul lavoro. Quegli anni furono anche di grande impegno contro gli enti inutili (Onpi, Onmi, Enaoli, Ipab), contro tutte le istituzioni totalizzanti come i manicomi, contro ogni forma di repressione e di controllo dei “diversi”.
Non si fecero scelte di campo ideologiche, ma comunque, perfettamente inserita nel suo tempo, l’Aniep visse una stagione di grandi discussioni, di elaborazioni importanti, che traevano linfa da quell’aria di nuovo che Gianni venti anni dopo ricordava così: “…non saprei dire come avvenne il cambiamento: ho soltanto dei riferimenti mnemonici: il centrosinistra, Marcuse, Goffman, Basaglia, il ’68, la protesta e la denuncia che trovano finalmente soluzioni politiche, culturali, istituzionali” (5).
L’Aniep informava e formava, nelle sue assemblee le discussioni infuocate alimentavano la passione degli iscritti alla partecipazione e al volontariato non soltanto rivolto alla promozione dei diritti di tutti gli invalidi civili ma più in generale per la promozione legislativa di tutto il Paese. L’Aniep fu in primo piano per la legge che nel ’77 affermò finalmente in modo definitivo il diritto all’integrazione scolastica, e fu l’unica Associazione di invalidi impegnata nel dibattito per le riforme che portarono alla istituzione del Servizio Sanitario Nazionale (legge 881/78), che all’art. 26 recitava: “Le prestazioni sanitarie dirette al recupero funzionale e sociale dei soggetti affetti da minorazioni fisiche, psichiche o sensoriali, sono erogate dalle Unità Sanitarie Locali.
A quel periodo risalgono inoltre le norme fondamentali per l’eliminazione delle barriere architettoniche. Questo era un tema toccato già anni prima, ma solo ora, nonostante le lacune, veniva affrontato decisamente, con la grande affermazione di principio contenuta nel DPR 384/78, un tema essenziale per combattere anche le barriere culturali, per riconoscere il diritto alla mobilità ed alla pienezza della vita sociale delle persone invalide, un tema per il quale lavorarono alacremente diversi deputati, soprattutto Franco Foschi e Franco Piro, poliomielitico, allora giovane parlamentare cui si devono molte iniziative per la tutela e la promozione dei nostri diritti.
Così, anche grazie all’intelligenza di molti politici si raggiunsero obiettivi preziosi ed essenziali: l’universalità delle prestazioni, la garanzia del minimo vitale, l’istituzione dei servizi personali, l’eliminazione degli interventi repressivi. Per l’Aniep era ormai chiaro che i problemi delle persone invalide dovevano essere affrontati in un contesto di legislazione generale, non specifica e settoriale, elemento questo centrale per raggiungere una condizione di uguaglianza.
A fronte delle indubbie conquiste che si erano avute, il contesto generale appariva tuttavia più inquietante che mai. Il Paese viveva in quel decennio un arresto dell’espansione economica ed un’incertezza grave, sottolineata dalla lunga striscia di sangue degli anni di piombo. Inflazione e contemporanea stagnazione negli anni ’70 avevano reso molto problematiche le condizioni generali. L’aumento vertiginoso dei costi della produzione industriale dovuta agli shock petroliferi ed agli aumenti salariali avevano contrassegnato la crisi della grande impresa fordista nel settore pubblico ed in quello privato, mentre si stavano affermando per la loro flessibilità le piccole e medie imprese dei Distretti industriali, che modificavano la geografia economica italiana.
Le grandi difficoltà economiche, sociali, politiche parevano coagularsi all’inizio degli anni ’80 attorno a temi che sembravano gli indici di un malessere derivante soprattutto dalla dilatazione della spesa pubblica, nella quale l’assistenzialismo e non un sano welfare aveva profuso denari e favori. Era la crisi delle politiche keynesiane e il confuso affacciarsi di spinte contraddittorie nel rapporto fra la politica e l’universo dell’handicap, con un forte calo della tensione culturale e l’abbandono della condizione degli invalidi ad una impostazione tecnologica.
La persona disabile diveniva il soggetto passivo di medici, psicologi, burocrati. Da un lato si aumentavano le prestazioni assistenziali, e si richiedeva ai Comuni di predisporre piani per la eliminazione delle barriere architettoniche.(legge finanziaria 1985), dall’altro si limitavano diritti centrali per l’integrazione come quello al lavoro, in un contesto confuso che sembrava addossare la crisi esclusivamente alla dilatazione della spesa sociale e sanitaria, mentre si diffondeva la psicologia dei “falsi invalidi” che determinava atteggiamenti di rifiuto e di riflusso.
Gli attacchi ai diritti conquistati erano molti. Si doveva ridiscutere (per la quarta volta!) la riforma del collocamento, gli handicappati psichici vennero esclusi dall’inserimento lavorativo, gli assegni, le pensioni, le indennità vennero sottoposte a revisioni che non erano soltanto rigorose, ma umilianti per le persone realmente invalide, le vere vittime dei “falsi invalidi”.
Per difendere i diritti conquistati era necessario riprendere il confronto culturale al fine di riaffermare la necessità dell’integrazione e la distanza dal mero assistenzialismo, un compito arduo, enunciato ancora una volta pubblicamente e coralmente in occasione del trentesimo anniversario della nostra Associazione: un “Compleanno senza festa” come scrisse Gianni.
Ma nonostante tutto si erano raggiunti obiettivi fondamentali, ed in particolare, l’anno prima, l’Aniep aveva finalmente ottenuto il riconoscimento della personalità giuridica (DPR del 21/01/1986 n. 269) e l’approvazione dello Statuto, pubblicato nella Gazzetta ufficiale n 137 del 16 giugno 1986.

A trent’anni dalla nascita
Il trentennale dell’ Aniep fu l’occasione per dimostrarne l’importanza e la vitalità, senza alcun intendimento celebrativo. L’allora Presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, inviò un messaggio importante, nel quale riconosceva che in trenta anni di attività l’Aniep era “riuscita a divenire un presidio operante di solidarietà per i suoi assistiti, non meno che a far approfondire ed ampliare la consapevolezza collettiva sui problemi sociali ed umani connessi alle patologie invalidanti”.
Era il 23 gennaio 1987 ed alla manifestazione che si tenne nella sala del Consiglio Comunale a Bologna, gremita di pubblico, parteciparono le autorità cittadine e il Ministro per gli Affari Speciali Rosa Russo Jervolino, gli onorevoli Foschi e Piro, i sociologi Achille Ardigò e Pier Paolo Donati, oltre alle delegazioni dell’Associazione.
Il tema, introdotto da Gianni era “Handicappati, assistenzialismo o integrazione”, centrale in tutta l’attività svolta. La scuola, la formazione professionale, il lavoro erano stati continuamente diritti affermati e difesi, diritti che esigevano comunque l’abbattimento di barriere fisiche e culturali molto radicate nel nostro Paese, non sempre un Bel Paese, come si vide chiaramente pochi mesi dopo.
Nell’agosto 1987 esplose infatti il caso K2 e l’Aniep balzò sulle pagine di tutti i giornali a denunciare un fatto che mise in luce quanta discriminazione, quanta inciviltà colpissero ancora le persone disabili.
A Igea Marina, dove da alcuni anni si era portata la residenza estiva che l’Aniep proponeva a coloro che desideravano godere di una vacanza senza barriere sulla riviera romagnola, il gestore dell’hotel K2 rifiutò di ospitare un gruppo di sei invalidi provenienti da Torino con alcuni accompagnatori, nonostante la regolare prenotazione. Le scuse furono quelle più trite, false e banali: la struttura non adatta, le quattro carrozzine occupano troppo l’ascensore in giorni di grande movimento turistico e così via.
Delusi, stanchi e ovviamente umiliati, nel torrido pomeriggio di quel giorno i membri del gruppetto torinese riuscirono a trovare ospitalità soltanto nella Casa dell’Aniep, che in ottemperanza ai propri fini istituzionali denunciò subito l’accaduto all’opinione pubblica, preannunciando un esposto alla magistratura per la violazione dell’art. 27 della legge 118/71 (“in nessun luogo pubblico o aperto al pubblico può essere vietato l’accesso ai minorati”).
Nel giro di pochi giorni il fatto provocò una serie incredibile di interventi: una discussione parlamentare e un grande rumore su tutti i mezzi di comunicazione, mentre il Sindaco di Bellaria disponeva la chiusura dell’hotel K2 per la settimana di fine agosto, l’Associazione degli albergatori di Bellaria-Igea Marina prendevano posizione a sostegno dell’hotel K2 e la Casa marina dell’Aniep subiva vere e proprie perquisizioni per verificarne la regolarità (l’istruttoria per il condono edilizio in corso allora venne concesso dal Sindaco Nando Fabbri che accelerò le pratiche). A complicare la situazione intervenne a quel punto il Procuratore della Repubblica di Rimini, che requisì gli atti del Comune in un tormentone di estate nel quale aspetti giuridici, amministrativi, istituzionali, culturali si intrecciavano continuamente fino ad un aspro conflitto di competenze e ad un ricorso in Cassazione da parte del Comune di Bellaria.
Gli ospiti di alcuni istituti elioterapici dell’area riminese fecero un corteo di protesta manifestando di fronte al K2 mentre, per incarico del Vescovo di Rimini, don Oreste Benzi iniziò una paziente mediazione per smussare le tensioni più aspre fra l’Amministrazione comunale e gli Albergatori. A Rimini l’Aniep organizzò così, insieme alla Comunità Papa Giovanni XXIII di don Benzi, una grande manifestazione per l’affermazione ed il rispetto dei diritti di tutti i “diversi” in un’ ottica di “riconciliazione”, un evento cui parteciparono migliaia di persone fra le quali rappresentanti del governo, di varie associazioni, parlamentari ed intellettuali.
L’episodio del K2 lasciò un’eredità di discussioni accese che misero in luce quanto ancora lungo e impervio fosse nel nostro Paese il cammino per una cultura dei diritti, ed oggi si può osservare che fu per l’Aniep un momento particolarmente significativo.

La storia si fa cronaca
Era ormai evidente l’esigenza di muoversi all’esterno e di potenziare l’associazionismo fra e per gli invalidi al fine di incidere con maggiore forza di penetrazione nella cultura e nella società, per affermare le ragioni della solidarietà in un mondo sempre più cinico e materialista.
Il 1994 ed il 1995 furono anni importanti, che coagularono la capacità dell’Associazionismo degli invalidi nel creare forza, unione di intenti, ricchezza nella circolazione delle idee, liberando potenzialità nuove che usavano termini diversi da quelli tradizionali e che guardavano ad orizzonti più ampi.
Nel 1994 nacque la FISH, Federazione Italiana per il Superamento dell’handicap e l’anno successivo il Consiglio Nazionale sulla Disabilità, accreditato presso l’ONU come organismo rappresentante italiano alla fondazione dell’Associazionismo indipendente, il Forum Europeo sulla Disabilità (EDF), un organismo consultivo riconosciuto presso l’Unione Europea e il Consiglio d’Europa.
In tutti e due i casi Gianni fu tra gli ispiratori e gli artefici che posero le fondamenta di qualcosa di grande e di nuovo in cui la missione dell’ Aniep era perfettamente riproposta in una dimensione più ampia, un raro aspetto positivo in un insieme di condizioni generali della politica e della società ancora una volta confuse e contraddittorie.
Il secolo che stava morendo lasciava infatti in Italia molti problemi da superare. Maastricht aveva evidenziato le distorsioni della nostra economia, lontana dai parametri richiesti e le politiche economiche e fiscali avevano di nuovo messo in crisi il nostro sistema di garanzie, molto fragile, nel quale i diritti rimanevano spesso sulla carta e le responsabilità dei mancati adempimenti e dei servizi negati erano impossibili da individuare con certezza.
Quando l’euro entrò nel nostro Paese senza che venisse posta in essere alcuna difesa seria per i ceti a reddito fisso, il peggioramento dei livelli di vita delle persone disabili fu forte, mentre si faceva sempre più arrogante il ritorno alla cultura ed alla politica rivolte all’assistenzialismo vecchio e umiliante. Nell’Aniep si parlava di crisi della partecipazione, osservando la rarefazione di nuovi aderenti e la stanchezza di chi, dopo tanti anni di attività, si rendeva conto di dovere affrontare continuamente il riemergere di temi che si credevano finalmente superati.
Si faticò molto a rinsaldare la volontà di continuare con decisione il cammino. Non essendoci più casi di polio in Italia così come in tutto l’Occidente, salvo qualche rarissimo caso da vaccino, si pensò di modificare lo Statuto per cogliere la realtà dei tempi ed il 23 maggio 1999 l’Aniep, mantenendo il proprio nome e la propria missione, divenne Associazione Nazionale per la promozione e la difesa dei diritti civili e sociali degli handicappati.
Ma proprio la poliomielite reclamava un’attenzione particolare e nuova, in quanto, da alcuni anni, le problematiche connesse allo scorrere del tempo e soprattutto l’affacciarsi della Sindrome post-polio avevano riacceso i riflettori su di un argomento che si credeva, a torto, felicemente concluso. Ovviamente in Aniep la sensibilità al tema è particolarmente forte, in quanto la stragrande maggioranza delle sezioni poggia sull’attività di persone che furono colpite dalla polio, e quindi fin dal 2004, con il Congresso organizzato dalla nostra Sezione romana, l’argomento fu posto all’attenzione dei medici, dei ricercatori e delle forze politiche. Così gli ultimi anni sono stati contrassegnati anche da un’attenzione particolare alla condizione dei “sopravvissuti alla polio” oltre che dall’ assenza di rapporto col governo Berlusconi (non per colpa nostra). In quel periodo la situazione delle persone invalide è peggiorata notevolmente (abolizione dei ricorsi amministrativi contro i pareri delle commissioni mediche, sospensione di molti servizi a causa delle difficoltà delle Regioni e dei Comuni, assenza dei fondi previsti per i non autosufficienti, e così via).
E’ stato un lungo momento di difficoltà, nel quale tuttavia non ci siamo stancati di sostenere le ragioni dell’uomo, con tutta la sua fragilità, contro la cultura di un modello che cinicamente sostiene l’utilitarismo sull’umanità, rispolverando stantii comportamenti che pretendono di elargire beneficenza e pietismo. Ed anche in questo difficile lasso di tempo Aniep ha avuto la direzione illuminata di Gianni e l’attività delle sezioni territoriali, nelle quali si vive la quotidianità con tutte le sue le problematiche. I dirigenti dell’Aniep si occupano ora come cinquanta anni fa, concretamente, della sensibilizzazione e dell’informazione, segnalando storture e mancanze, insieme ad altre Associazioni di disabili o anche da soli, supportati all’occorrenza dagli organi direttivi.
Ma la storia ora si fa cronaca. Gianni ci ha lasciato lo scorso anno e la sua eredità morale e culturale è un patrimonio prezioso che non riguarda soltanto la nostra Associazione, ma costituisce un tramite, un legame forte e profondo che ci unisce a tante altre realtà nazionali ed internazionali, che non ci fa sentire soli, che ci fa affermare insieme alla Fish il programma del nostro impegno: NULLA SU DI NOI SENZA DI NOI!

Lia Fabbri

(da Orizzonti Aperti n.2/2007)

 

(1) A.NEGRINI, Nella società civile con diritti e doveri,
Bologna, 1974, p. 9.

(2) A. LEPRE, Storia della Prima Repubblica. L’Italia
dal 1943 al 2003
, Bologna, 2004, cap. V

(3) G. ACCAME, Storia della Repubblica da De Gasperi a
Moro
, in Annali dell’economia italiana, Quaderno 1,
Milano 1962, p. 63.

(4) G. SELLERI, Orizzonti aperti, 1985

(5) Ibidem, 1987